Marisa

Perché amare il mercato? Il motivo è semplice: è il cuore di un quartiere, il centro della vita quotidiana. È un palco, un teatro, un pezzo di mondo autentico. Ci si mette in un angolo e si osserva, e tutto il battito della vita scorre e parla.

Marisa ha 86 anni. Il giorno in cui sono stata alla Serpentara di donne come lei ne ho viste tante: anziane, chi più chi meno sorridenti o pensierose, tutte con l’immancabile e fidato carrellino per fare la spesa e non dover portare buste. Lei, però, mi ha colpito più di altre. Forse quel viso severo, assorto, mi ricordava la mia prof. di greco tanto amata.

Alle prime ore del mattino sono al mercato, la vedo da lontano e la fermo, le chiedo se vuole un libro e il mio segnalibro elettorale. Marisa mi guarda e dice “leggo tanto, tantissimo. Anche senza occhiali, perché io ci vedo sai, ma la TV non la guardo. Leggo e non solo”. L’ultima sua frase mi incuriosisce. E cosa fai Marisa? Mi guarda con occhi scurissimi, profondi. Dove vedo una determinazione che fa paura.

“Io scappo. Scappo di casa, prima che mia figlia si svegli. Mia figlia lavora in smartworking (lo pronuncia perfettamente) e non vuole che io esca. Mamma, mi dice, ti può succedere qualcosa, puoi cadere, ti possono fare del male, rubarti la borsa. Chissene importa! Io ho lavorato una vita fuori casa, ti pare che mi mette paura uscire adesso? Che c’ho da perdere? Se scappo ho tutto da guadagnare”. E guarda il suo carrellino rosso fuoco, un po’ consumato. Ho lui, conclude il suo discorso tutto d’un fiato.

Io mi devo sbrigare a farle la foto, perché mi ha lasciato senza parole. Mentre se ne va penso che sì forse è lei la mia prof. di greco, ma non lo sa.

Francesco

Ci sono storie che chiedo, altre che arrivano così.
Sulle prime ci lavoro: faccio domande precise, ascolto, prendo mentalmente nota.
Con le altre, quelle che arrivano, resto ferma, immobile, affascinata. E mi devo anche sbrigare a scriverle che sennò mi perdo tutto.

Francesco appartiene alla seconda categoria di storie. Pugliese, ha 75 anni con un fisico asciutto invidiabile e una sua puntualità nell’arrivare al banco dei libri. Si presenta sempre verso metà mattinata, silenziosamente. Ama Oscar Wilde, Theodore Gautier, la letteratura francese in genere. “Lei per forza che è così magra -mi dice un giorno- è sempre in movimento. Mi ricorda mia mamma”. È stato il via ad un racconto meraviglioso che mi sono incantata ad ascoltare.

“Mia mamma ha perso entrambi i genitori durante l’epidemia della spagnola nel 1920. Una bambinetta di otto anni, tirata fuori da un orfanotrofio orribile e data in affido ad una famiglia con altri nove figli. Così succede che la matrigna la manda a servizio in una casa ricca”. Maria, la mamma di Francesco, pulisce, lava, accudisce la casa che l’ha adottata e cresce. Dura e forte come un generale. “Era alta, bionda, con una trecciona lunghissima e gli occhi azzurri dei Normanni di Puglia. Guai a contrastarla. A dodici anni spaccò i denti con una sassata ad una coetanea che la prendeva sempre in giro per il colore dei capelli”.

Maria cresce e conosce il marito, un musicista con cui fa la famosa fuitina per poterlo sposare. Vanno a vivere insieme ma lui non si decide a formalizzare le nozze. Allora lei si fa prestare una pistola, si veste con cura, lo aspetta a casa. Lui arriva e lei gli intima “hai dieci minuti. Preparati e andiamo a fare le carte, altrimenti ti ammazzo. Non ho niente da perdere”.

Oggi Francesco, che Maria ha avuto insieme ad altri sette figli, si commuove a ricordare la madre. Le devo tutto. Abbiamo patito la fame ma lei è riuscita a crescerci, farci studiare e portarci a Roma per una vita migliore. Poi, a fine racconto, Francesco aggiunge una nota frivola. Era del Sagittario mia mamma, e io penso “come me…” Poi va a casa e torna con sacchetto di libri. Gliene porterò altri, mi dice, mia mamma mi ha trasmesso anche l’amore per la lettura.

Storie di strada

Il mio segreto

Trovo che il mio mestiere (quello finalmente mio mio mio, cioè recuperare libri sperduti e rimetterli in circolo) sia meraviglioso.
Non sono una che vende libri, non ho un catalogo né un elenco disponibile. Ho un garage di casa colmo fino all’inverosimile, un box al mercato Tufello che straripa di libri, una macchina sempre carica e una casa senza un angolo libero.

Ma faccio qualcosa che ha del magico. Accolgo libri che nessuno vuole e che, miracolosamente, qualcun altro invece sta cercando. E così succede che le due strade spesso si incontrino, con una felicità (mia, soprattutto) che mi ripaga di schiena strappata e doloretti simili.

Mi chiamano in tanti modi, mi scrivono, mi telefonano, vengono direttamente al mercato con scatoloni su scatoloni. Non dico mai di no. Pazientemente con Leandro Liotti apro e guardo e, li confesso, spesso prendo anche qualcosa per me. Evidentemente immagino e spero di avere almeno cinque vite a disposizione per poter leggere tutto. Chissà.

La foto è dell’ultimo ritrovamento recuperato e consegnato da Giovanna Astori Non so ricamare, né cucire o fare la maglia ma trovo che siano meravigliosi.
Domani vi aspetto al mercato Tufello a Roma, magari qualcuno li adotterà.

Maria

Maria compirà 100 anni a febbraio 2022. E’ stata la prima persona-storia che ho “registrato” al mercato Tufello, e in quel momento ho capito quanto fosse scatenante l’elemento libro, per conoscere l’umanità.

Arriva sempre accompagnata dalla badante dell’Est che ama i libri di cucina italiana. Lei invece, Maria, vuole leggere e leggere anche tanto e bene. Un po’ tutti i generi, mi dice, ma che siano scritti con un senso e anche con caratteri un po’ grandi (“perchè sai, ci vedo meno adesso” aggiunge). E non si ferma al primo che le offro, ma cerca tra quelli che sono esposti lì. Con pazienza li apre, li guarda, li sfoglia, esamina la copertina, il retro, si ferma a scrutare biografia e sinossi.Mica la imbrogli Maria. E’ critica e ti guarda con occhi che sono radar. Rimprovera la badante che ha preso troppi libri (ma quando la cucinerai tutta ‘sta roba!) e poi prende i suoi 3-4 e se ne va.

L’ultima volta è arrivata e dall’andatura capisco che è stanca. Sposto i libri sul divano, le faccio posto. Sei stanca Maria? il caldo non ti fa bene, troppo caldo non fa bene a nessuno. Lei mi guarda e dice “sì, sono un po’ fiacca”. Ma non demorde.Così com’è seduta sul divano, mentre la sua badante si affanna su titoli gastronomici, lei si gira e guarda, cerca, sfoglia, sceglie.

Maria mi ricorda la mia maestra delle elementari, Trieste Gargaglia (chissà se qualcuno di voi che mi legge mi aiuterà a recuperare un po’ della mia memoria di alunna). Mentre la guardavo rapita e impaurita, percepivo il conflitto accettato e inevitabile tra un corpo che cede al tempo e una mente che si arrampica sempre più veloce sugli ultimi tratti di una vetta, altissima, che porta all’infinito.

Saraya

La storia di stamattina non proviene dai mercati, ma dalla scuola di italiano per le donne straniere.
Lei si chiama Saraya, ha 46 anni e fa parte della mia classe. Perchè parlare di lei? perchè mi ha colpito nella determinazione d’acciaio mista alla morbidezza, un mix che ho trovato nelle sue parole.

A fine corso mi offre un caffè, non dico no (non si può) e ci sediamo al tavolino del centro anziani nel parchetto poco distante. Tra una traduzione fatta col cellulare e le sue poche ma precise parole di italiano mi racconta che viene dall’Egitto, è in Italia da dieci anni e ha sposato un uomo egiziano molto bello, ha due figli maschi che la fanno un po’ disperare.

Fin qui niente di strano, direte.

Ma poi mi racconta che questo di cui sta parlando è il suo secondo matrimonio, il primo è avvenuto quando aveva vent’anni, è durato pochi mesi e da questa unione forzata è nata una figlia che vive col padre, nel suo Paese. Voglio continuare il corso, mi dice decisa. Perchè a casa lavoravo. Che lavoro facevi? chiedo curiosa.

E allora Saraya prova a spiegarmi e cerca e cerca sul telefonino la traduzione esatta, fino a che radiosa mi mette lo schermo davanti e io leggo “Responsabile della comunicazione”. Io resto così, senza parole. Perchè lei scuote la testa, ho davanti a me una donna araba di 46 anni che vuole rimettersi in gioco in terra straniera, partendo dalle seggioline e dai tavolini di un asilo nido. Mi sembra tutto inadeguato, loro gigantesche.

Storie di strada

Saraya

La storia di stamattina non proviene dai mercati, ma dalla scuola di italiano per le donne straniere.
Lei si chiama Saraya, ha 46 anni e fa parte della mia classe. Perchè parlare di lei? perchè mi ha colpito nella determinazione d’acciaio mista alla morbidezza, un mix che ho trovato nelle sue parole.

A fine corso mi offre un caffè, non dico no (non si può) e ci sediamo al tavolino del centro anziani nel parchetto poco distante. Tra una traduzione fatta col cellulare e le sue poche ma precise parole di italiano mi racconta che viene dall’Egitto, è in Italia da dieci anni e ha sposato un uomo egiziano molto bello, ha due figli maschi che la fanno un po’ disperare.

Fin qui niente di strano, direte.

Ma poi mi racconta che questo di cui sta parlando è il suo secondo matrimonio, il primo è avvenuto quando aveva vent’anni, è durato pochi mesi e da questa unione forzata è nata una figlia che vive col padre, nel suo Paese. Voglio continuare il corso, mi dice decisa. Perchè a casa lavoravo. Che lavoro facevi? chiedo curiosa.

E allora Saraya prova a spiegarmi e cerca e cerca sul telefonino la traduzione esatta, fino a che radiosa mi mette lo schermo davanti e io leggo “Responsabile della comunicazione”. Io resto così, senza parole. Perchè lei scuote la testa, ho davanti a me una donna araba di 46 anni che vuole rimettersi in gioco in terra straniera, partendo dalle seggioline e dai tavolini di un asilo nido. Mi sembra tutto inadeguato, loro gigantesche.

Storie di strada

La storia della scatola volpe

Vi racconto la storia di questa scatola, perchè è una storia particolare.

Ormai lei viaggia con me da un anno abbondante, ha perso il manico di plastica nero finito chissà dove, il coperchio è scolorito e ha assunto una tinta arancione tipo tessuto finito in lavatrice con la candeggina, mentre il sotto è ancora arancione vivo.

La comprai da Tiger, il negozio delle cose belle e inutili, almeno cinque anni fa, e la regalai a mia madre. Comprami una delle tue scatole buffe, mi aveva chiesto lei, nei tuoi giri da vagabonda. E così feci: ecco mamma, più scema di così questa scatola non può essere. E lei rise scuotendo la testa, come faceva sempre quando guardava i miei anelli, le mie collane, le magliette da due euro prese dalle bancarelle.

Un paio di giorni dopo la morte di mia mamma andammo a casa per fare quello che spesso si fa, dopo un lutto devastante ma inevitabile: si prendono o si dividono cose che non si sa che fine possano fare. Io scelsi la scatola, che sembrava davvero fuori luogo in quel momento con quella faccetta da volpe che ride. La aprii e ci trovai tutte le collane altrettanto inutili che lei aveva comprato nella mia libreria a Morlupo. Veniva, si guardava intorno, si sedeva, e comprava le chincaglierie indiane che mai si sarebbe messa. Alzava il business, comunque 🙂

Molte di queste collane hanno ancora il cartellino, ora sono nel cassetto della mia scrivania. Non credo le metterò. Ma invece non mi separo più dalla scatola che porto al mercato, sempre. E’ quella dove voi, e chiunque voglia aiutare il progetto di libri salvati, mette una monetina a sostegno del mio lavoro.

Mi hanno suggerito di prendere un altro salvadanaio più funzionale, comodo, resistente. Mi dispiace, lei resta con me.

🙂

AAA……MECENATE CERCASI (non per soldi ma per amore)

AAA……MECENATE CERCASI (non per soldi ma per amore).Passo l’intera settimana a recuperare e selezionare libri. Il che significa ricevere telefonate, mail, messaggi messenger e whatsapp a cui rispondo chiedendo informazioni e dando indicazioni su come fare per farmi avere libri. Se non riescono a mandarmi foto, allora vado io a vedere. Mi trovo così, almeno due volte a settimana, a vedere case stracolme di libri, selezionarli, inserirli nelle buste, caricarli nella mia auto, scaricarli a casa. Tutto rigorosamente da sola, tranne quando arrivo a casa dove trovo il mio paziente marito che mi aiuta a svuotare la macchina.

La maggior parte dei libri raccolti vengono portati ai 4 mercati settimanali dove non vendo ma offro gratuitamente a tutti, con l’opzione facoltativa di un sostegno al progetto. Prima di ogni data io carico la macchina, scarico al mercato, allestisco, ricarico la macchina, riscarico a casa. E così via, con qualche data extra (Tor Bella Monaca, Sacrofano). Alcuni di questi libri vengono fotografati e inseriti sul blog iosonounalibraia.wordpress.com , vengono richiesti e adottati con una piccola donazione che va a sostegno del progetto Pagine Viaggianti.

Perchè racconto tutto questo?Questa strada è la mia strada, nessuno mi ha obbligato. Sono felice e non tornerei indietro. Però faccio presente che non posso attraversare la città solo per guardare i libri, magari prenderli e poi restituirli perchè ci si ripensa. Che non ho una ditta di trasporti incaricata di svuotare le case. Che sono sola a fare questo lavoro tranne volontari come Leandro Liotti o Germana Graziosi. Che non riesco minimamente a catalogare perchè l’onda dei libri è in continua crescita. Che avrei bisogno di un posto (!!!!) quantomeno per creare un magazzino.

Che questo progetto è bellissimo, e fa innamorare tutti. Quindi anche tu, mecenate sconosciut*, innamorati e vieni via con me.

Ti aspetto

tua libraia felice